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Edward Hopper: l'inessenziale realtà urbana
ove si consumano anonime solitudini


E. Hopper, Nighthawks, 1942
 

Hopper rappresentò ripetutamente, nei suoi dipinti, le diverse ore del giorno, mettendo in evidenza gli effetti della luce in vari contesti umani. In questo utilizzo del tempo come espressione e riflesso di umori e stati d’animo, Hopper si ispirò probabilmente alla letteratura simbolista francese ( Baudelaire, Rimbaud, Verlaine). Il maggiore fascino appartiene, ovviamente, alla notte, che diviene simbolo della solitudine delle grandi città. I falchi notturni non sono altro che i frequentatori nottambuli dei bar o dei ristoranti metropolitani, come in un racconto di Hemingway o come quello che realmente si trovava a New York, a Greenwich Avenue, all’incrocio fra due strade. La coppia seduta al bancone è l’elemento principale della scena insieme al barman, cui fa da contraltare cromatico e luministico il cliente isolato, seduto di spalle. I colori sono netti e abbaglianti, senza ombreggiature o sfumature, le geometrie e i piani dell’ambiente lineari, dritti, quasi astratti. Inconsciamente, forse, ho dipinto la solitudine di una grande città, affermava, ma era sedotto, in realtà, da quel magico gioco di colori e di piani sotto la fredda luce artificiale che inonda il locale. Gli individui sono presenti nel dipinto in quanto semplice materia immersa nell’ombra e nella luce. Al suo apparire, il quadro ispirò diversi poeti americani, innamoratisi di quella poesia del silenzio.
http://www.babelearte.it/tipomuseo.asp?arid=401&quadroid=1586
 


E. Hopper, Hotel Lobby, 1943


E. Hopper, Stanza a Brooklin, 1932
 

Hopper soffermò spesso la sua attenzione sulla rappresentazione della coppia e sull’interazione emozionale o l’assenza di questa tra due figure. Qui l’uomo legge il suo giornale mentre la donna, girata indifferentemente dal lato opposto, suona qualche tasto del pianoforte. L’osservatore, che assiste alla scena attraverso la finestra aperta, assume il ruolo del voyeur che spia dall’esterno, senza essere visto. L’assenza di comunicazione e la mancanza di azione tra i due personaggi creano un senso di astratta solitudine e di sospensione silenziosa, accresciute dal contrasto luministico tra il buio dell’esterno e la luce artificiale della stanza e dall’essenza geometrica e fredda della scena. Si intuisce che la pittura di Hopper è interessata alla vita di ogni giorno, all’esistenza dei singoli esseri, alle loro storie e all’universale fragilità degli individui. Non sembrerebbe esserci, come parte della critica ha voluto vedere, un intento di denuncia dello squallore e della desolazione dell’America.

http://www.babelearte.it/tipomuseo.asp?arid=401&quadroid=1587


E. Hopper, Stanza a New York, 1932


E. Hopper, Ufficio di notte,1940


E. Hopper, Ore undici
 



E. Hopper, New York Movie


E. Hopper, Ufficio di New York
 


E. Hopper, Pensylvania, col town
 


E. Hopper, Compartment Car 293
 


E. Hopper, Automat
 


E. Hopper, Chaircar
 


E. Hopper, Il Net
 


E. Hopper, Domenica,




E. Hopper, Estate

 

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