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Testo
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Forse vero non è; ma un giorno è fama,
Che fur gli uomini eguali; e ignoti nomi
Fur Plebe, e Nobiltade. Al cibo, al bere,
All'accoppiarsi d'ambo i sessi, al sonno
Un istinto medesmo, un'egual forza
Sospingeva gli umani: e niun consiglio
Niuna scelta d'obbietti o lochi o tempi
Era lor conceduta. A un rivo stesso,
A un medesimo frutto, a una stess'ombra
Convenivano insieme i primi padri
Del tuo sangue, o Signore, e i primi padri
De la plebe spregiata. I medesm'antri
Il medesimo suolo offrieno loro
Il riposo, e l'albergo; e a le lor membra
I medesmi animai le irsute vesti.
Sol'una cura a tutti era comune
Di sfuggire il dolore, e
ignota cosa
Era il desire agli uman petti ancora.
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L'uniforme degli uomini sembianza
Spiacque a' Celesti: e a variar la Terra
Fu spedito il Piacer.
Quale già i numi
D'Ilio sui campi, tal l'amico Genio,
Lieve lieve per l'aere labendo
S'avvicina a la Terra; e questa ride
Di riso ancor non conosciuto. Ei move,
E l'aura estiva del cadente rivo,
E dei clivi odorosi a lui blandisce
Le vaghe membra, e lentamente sdrucciola
Sul tondeggiar dei muscoli gentile.
Gli s'aggiran d'intorno i
Vezzi e i
Giochi,
E come ambrosia, le lusinghe scorrongli
Da le fraghe del labbro: e da le luci
Socchiuse, languidette, umide fuori
Di tremulo fulgore escon scintille
Ond'arde l'aere che scendendo ei varca.
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Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra,
Sua prim'orma stamparsi; e tosto un
lento
Fremere soavissimo si sparse
Di cosa in cosa; e ognor crescendo, tutte
Di natura le viscere commosse:
Come nell'arsa state il tuono s'ode
Che di lontano mormorando viene;
E col profondo suon di monte in monte
Sorge; e la valle, e la foresta intorno
Mugon del fragoroso alto rimbombo,
Finché poi cade la feconda pioggia
Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe
Ravviva riconforta allegra e abbella.
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Oh beati tra gli altri, oh cari al cielo
Viventi a cui con miglior man Titano
Formò gli organi illustri, e meglio tese,
E di fluido agilissimo inondolli!
Voi l'ignoto solletico sentiste
Del celeste motore. In voi ben tosto
Le voglie fermentàr, nacque il desio.
Voi primieri scopriste il buono, il meglio;
E con foga dolcissima correste
A possederli. Allor quel de' due sessi,
Che necessario in prima era soltanto,
D'amabile, e di bello il nome ottenne.
Al giudizio di Paride voi deste
Il primo esempio: tra feminei volti
A distinguer s'apprese; e voi sentiste
Primamente le grazie. A voi tra mille
Sapor fur noti i più soavi: allora
Fu il vin preposto all'onda; e il vin
s'elesse
Figlio de' tralci più riarsi, e posti
A più fervido sol, ne' più sublimi
Colli dove più zolfo il suolo impingua.
Così l'Uom si divise: e fu il Signore
Dai Volgari distinto a cui nel seno
Troppo languìr l'ebeti fibre, inette
A rimbalzar sotto i soavi colpi
De la nova cagione onde fur tocche:
E quasi bovi, al suol curvati ancora
Dinanzi al pungol del bisogno andàro;
E tra la servitute, e la viltade,
E 'l travaglio, e l'inopia a viver nati,
Ebber nome di Plebe.
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Or tu Signore
Che feltrato per mille invitte reni
Sangue racchiudi, poichè in altra etade
Arte, forza, o fortuna i padri tuoi
Grandi rendette, poichè il tempo alfine
Lor divisi tesori in te raccolse,
Del tuo senso gioisci, a te dai numi
Concessa parte: e l'umil vulgo intanto
Dell'industria donato, ora ministri
A te i piaceri tuoi nato a recarli
Su la mensa real, non a gioirne.
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