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La politica agraria del fascismo

• Il primo dopoguerra

Nell’immediato primo dopoguerra vi fu un’ondata di rivendicazioni contadine che pretendevano, tra l’altro, anche il diritto di utilizzare le parti incolte dei latifondi. Fu importante in questo periodo il ruolo delle leghe sindacali “rosse” e “bianche”, che ottennero miglioramenti salariali e il diritto di occupare terre incolte col Decreto Viscocchi del 2 settembre 1919, concesso dal governo liberale di Nitti per mantenere le promesse fatte ai contadini che erano partiti per il fronte di guerra. Tuttavia  l’assegnazione non andò oltre i 50.000 ettari, dislocati soprattutto nel Centro - Sud. Inoltre fino al 1921 fu concesso il blocco di numerosi tipi di patti agrari, il che consentì una certa stabilità sui fondi, introducendo il concetto di “giusta causa” per lo scioglimento dei patti stessi,  nonostante il Codice Civile del 1865 non prevedesse il rinnovo automatico del contratto agrario.

I proprietari terrieri, dal canto loro, reagirono vivacemente, sostenendo che una maggiore libertà contrattuale avrebbe selezionato i contadini in base alle loro capacità professionali; attaccarono inoltre tutte le organizzazioni socialiste accusandole di voler mutare i patti agrari con la violenza e quelle “bianche” accusandole di voler sostituire la mezzadria con la locazione, cosicché i contadini potessero pagare con denaro svalutato.

In seguito i ceti proprietari aderirono in gran numero al Fascismo e ne furono compensati: il decreto 11 gennaio 1923 del governo Mussolini annullò il Decreto Viscocchi e dichiarò illegali le occupazioni effettuate; in seguito furono abrogati anche la proroga dei contratti e il principio della “giusta causa”. Nello stesso tempo l’ordine fu ripristinato nelle campagne  con la violenza e tentando di far leva sulla distinzione fra braccianti e coloni, proponendo di diffondere ulteriormente la colonia, contro la proposta dei Socialisti di eliminarla progressivamente, introducendo contratti di tipo salariale per “sbracciantizzare” le masse contadine.

In seguito,  con la legge sindacale n. 563 del 3 aprile 1926 sulla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro, con la Carta del Lavoro, n. 100, del 30 aprile 1927 sullo Stato corporativo e  con la legge n. 163 del 5 febbraio 1934, sulla costituzione e funzione delle Corporazioni si vietava lo sciopero, si eliminava la libertà di organizzazione sindacale, si attribuiva ai soli sindacati fascisti la rappresentanza di tutte le categorie lavoratrici e si rinviava ogni vertenza di difficile composizione ad una apposita magistratura. In base alla predetta legge del ’26 le associazioni agricole venivano così organizzate:

a)  Federazione nazionale dei sindacati fascisti dei tecnici agricoli (laureati, periti, diplomati ecc.)
b)  Federazione nazionale dei sindacati fascisti dei piccoli coltivatori diretti

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        Federazione nazionale dei sindacati fascisti dei coloni e mezzadri
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        Federazione nazionale dei sindacati fascisti degli impiegati delle aziende agricole  e forestali
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        Federazione nazionale dei sindacati fascisti dei salariati e braccianti
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        Federazione nazionale dei sindacati fascisti dei pastori
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        Federazione nazionale  sindacati fascisti delle maestranze boschive e forestali, tutte aderenti
        alla Confederazione nazionale dei Sindacati fascisti dell’agricoltura. La controparte era
        costituita dalla Confederazione nazionale fascista degli agricoltori, a sua volta suddivisa in :
-        Sindacato fascista dei conduttori
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        Sindacato fascista dei coltivatori diretti
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        Sindacato fascista dei proprietari di terre affittate.
Alla Confederazione aderiva anche la Federazione italiana dei Consorzi agrari, sorta nel 1893. Ne conseguiva che i diritti dei proprietari agrari risultavano ulteriormente rafforzati.

• Il governo Mussolini ( 1922 )

Le condizioni dei braccianti peggiorarono senza soluzione di continuità dall’insediamento del governo Mussolini ( 1922 ) fino al 1927, quando la decisione di rivalutare la lira “a quota 90” spinse i loro salari ai livelli d’anteguerra e influenzò negativamente anche le remunerazioni dei coloni. In seguito ad un accordo sindacale nazionale dell’11 ottobre 1934 la Confederazione nazionale dell’agricoltura cercò di incentivare le compartecipazioni, dette comunemente “partitanze”, trasformando le aziende a puro lavoro salariato in aziende a compartecipazione familiare o collettiva; il fenomeno si attestò in particolare nella Pianura Padana. Si trattava di un patto agrario fondato su modelli diversi, dalla colonia parziaria al contratto di lavoro subordinato. Il bracciante poteva assumere partitanze in aziende diverse, oppure la partitanza poteva essere complementare al lavoro prestato a tariffa salariale. La quota di utile poteva variare fra il 33 % e il 50%, con diversa partecipazione alle spese. Certamente veniva garantito un certo reddito al contadino, ma la funzione principale era di sollevare da una parte delle spese la proprietà. Il fine ultimo era quello di portare i contadini alla mezzadria, ma spesso i contadini accumulavano solo debiti per l’anticipazione dei beni d’investimento, senza poter accantonare le scorte necessarie a divenire mezzadro.

Per quanto riguarda le scelte produttive, va ricordato che la politica agraria fascista ebbe soprattutto due direttrici: la bonifica agraria e la “battaglia del grano”. Inoltre non fu un fatto a sé stante ma fece parte di un piano generale di economia.

Per quanto riguarda il primo aspetto, ricordiamo semplicemente che la legge fondamentale, riguardante le bonifiche idrauliche, fu la legge Serpieri, n.3256, del 30 dicembre 1923, che concedeva a società e ad imprenditori singoli che ne facessero richiesta la concessione di opere di bonifica; presto furono fondati anche dei Consorzi di bonifica che potevano fruire di finanziamenti dello Stato e il concetto di bonifica fu inteso in senso estensivo, comprendendo anche la gestione del patrimonio silvo – pastorale, anche se in quest’ultima direzione non vi furono risultati significativi. Le bonifiche più importanti e riuscite furono quelle di Ravenna e Ferrara e dell’Agro Pontino.

Per quanto concerne la “battaglia del grano”, ricordiamo che nel breve periodo essa ebbe buoni risultati dal punto di vista quantitativo, poiché nel 1927 l’indice di produzione agraria risalì a quota 100 dopo anni di crisi; ciò favorì i settori industriali legati alla produzione agricola, come ad esempio quello meccanico e quello dei fertilizzanti; E’ però anche vero che furono sacrificati alla cerealicoltura terreni con vocazioni diversissime, come l’olivo, la vite, gli agrumi.  Nel lungo periodo, lo sviluppo capitalistico non fu favorito, poiché dal 1926, a protezione del grano nostrano, fu in vigore un dazio sulle importazioni che impedì lo sviluppo di colture specializzate richieste dai Paesi esteri; la scelta autarchica rafforzò la crisi della zootecnia e in definitiva rinviò agli Anni ’50 quel processo che altrove era già in corso dall’inizio del secolo, cioè la modernizzazione dell’ agricoltura.
 


Fonti bibliografiche:
S. Rossini, La tutela dell’economia risiera nella politica corporativa, Milano 1936
- D. Brianta, Risicoltura e Fascismo negli anni della crisi: alle origini dell’Ente Nazionale Risi, Milano 1983
- P. A. Faita, “La politica agraria del fascismo: i rapporti fra le classi rurali, le scelte produttive”, in AA. VV, IRRSAE Piemonte – Progetto
  storia
, Chivasso 1995
 

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